La festa del ritrovamento ... per ritrovare la Festa (spiritualità - riflessioni - catechesi)



«Tu hai tenuto da parte il vino buono finora» (Gv 2,10) A Cana di Galilea, durante una festa di nozze viene a mancare il vino. Nessuno se ne accorge. Solo una donna, Maria, la madre di Gesù. La mancanza di vino poteva compromettere la gioia di quel giorno, se la “piena di grazia” non fosse intervenuta. E Maria interviene rivolgendosi al figlio Gesù. Grazie all’intercessione della madre, Gesù dà inizio ai suoi miracoli, manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credono in lui (cfr. Gv 2,11). Maria interviene perché ama e conosce bene quei giovani sposi che l’hanno invitata alla loro festa. Maria non vuole che la poca accortezza degli organizzatori rovini quel banchetto nuziale. Ancora oggi la Madre, “mediatrice di grazia”, si rivolge a Gesù per noi perché non ci venga tolto il vino buono che da la gioia. Maria sa agire con discrezione in modo diretto e personalizzato perché conosce bene e ama ciascuno di noi e sa come e quando intervenire nella nostra vita, perché il Figlio suo ci doni la vera felicità. E Maria interviene a Mompileri. Fare memoria del rinvenimento storico del simulacro marmoreo significa innanzitutto ridestare e ravvivare la gioia di quanti in quel caldo 18 agosto del 1704 assistettero a un ritrovamento insperato. Sotto una spessa coltre di lava vide nuovamente la luce del sole l’effigie della Madonna delle Grazie di Mompileri, ribattezzata poi con il titolo, a noi tutti caro, di Madonna della Sciara. Gli uomini del tempo hanno visto in questo prodigioso e singolare evento un segno inequivocabile e una vocazione specifica con cui il buon Dio chiamava a risorgere un centro abitato, ormai morto e sepolto da più di trent’anni, per assumere una configurazione del tutto nuova. Nei «divini decreti era scritto, che la terra prediletta da Maria risorgesse a novella vita di affetto e di amore» (Abate Vito Amico). «Il lettore potrebbe chiedere a se stesso: “Dove mai trovare un santuario di Maria che rammemori una gaia e ridente contrada, benché sepolta dalla lava ... vivificata dalla fede e dall’amore, allietata dai benefici innumerevoli della Vergine benedetta elargiti a prò dei miseri figli di Eva?”» (Sac. Antonino D’Urso). Nella nuova Mompileri mariana intravediamo la Cana di Galilea dell’Etna, il luogo privilegiato dove la “gaia e ridente contrada”, risorta e “vivificata dalla fede e dall’amore”, conserva il gaudio della festa e offre a tutti i pellegrini il vino buono che allieta il cuore e la vita. E questo perché Maria, nella sua “terra benedetta” fa risuonare ai suoi figli e ai “servi di turno del Santuario” le stesse parole pronunciate durante le nozze di Cana: «qualsiasi cosa vi dica fatela» (Gv 2,5). «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova» (Is 43, 18-19) Mompileri, così come ci dice il padre Giuseppe Lombardi nei suoi preziosi scritti, era un piccolo centro abitato, di poco più di un miglio di superficie quadrata. Nel 1645 contava 628 abitanti, con 163 case e 8 chiese, tra cui la chiesa maggiore di Mompileri. L’antica chiesa matrice, dedicata alla Vergine SS. Annuziata, era conosciuta in tutta la Sicilia orientale perché al suo interno custodiva gelosamente due immagini di “celestiale bellezza e sovraumana bellezza”: la Madonna e l’Arcangelo Gabriele. Alcuni storici del tempo parlano di questo gruppo statuario, “gloria maggiore del santuario mompilerino”, come “stupore dell’arte” e “sculture non di umano ma di angelico lavorio” per ribadirne la singolare espressività e magnificenza. Questo piccolo mondo con i suoi beni artistici venne interamente sepolto dalla lava dell’Etna il 12 marzo del 1669. Mompileri non fu più ricostruita. La lava distrusse e danneggiò molti altri centri abitati tra cui Malpasso, Guardia di Malpasso, Nicolosi, San Giovanni Galermo, San Pietro Clarenza, Mascalucia, Camporotondo, Misterbianco e buona parte della città di Catania. I centri completamente distrutti furono subito ricostruiti in altro sito. Invece il distrutto casale di Mompileri non ebbe la stessa sorte. Mompileri scomparve per sempre dalle carte geografiche successive al 1669. Sembrava che ormai tutto fosse finito sotto quel fiume rosso di lava fumigante, compresa la voglia dei mompilerini di ricostruire tutto quello che non c’era più. Troppo il rammarico per quella violenta e inaspettata distruzione. Troppa la rabbia per non aver fatto il possibile per salvare quei monumenti marmorei che avevano dato lustro e prestigio a quella piccola borgata di gente semplice. Nonostante la decisione di non ricostruire abbia prevalso storicamente, sotto quella sciara pulsava ancora, forte più che mai, il cuore della devozione mariana etnea. Mentre gli uomini si erano arresi, il buon Dio stava per realizzare qualcosa di nuovo. Cos’è dunque quest’altra “cosa nuova” che Dio ha fatto germogliare in mezzo alla lava del nulla? Sicuramente la possiamo intuire in chiave meramente spirituale. Mi piace pensare questo luogo come un grande cantiere, che presenta al suo ingresso un cartello con su scritto i nomi dei progettisti, del direttore dei lavori e dell’impresa costruttrice. L’inizio dei lavori è datato 18 agosto 1704. Dio è il progettista che ridisegna la nuova identità di questo luogo. Maria è colei che ne dirige i lavori rivolgendosi ai “servi di turno del Santuario”: sacerdoti, religiosi, uomini e donne di buona volontà. La consegna dei lavori non è prevedibile, solo Dio la conosce. La nuova Mompileri, così concepita da un architetto d’eccezione, non ha nulla a che vedere con la ricostruzione dei centri abitati circostanti. La Mompileri mariana, assume un’altra connotazione: rinasce come luogo di preghiera, di raccoglimento, di silenzio, custodito dalle sciare secolari ed ornato dalle ginestre selvatiche. Il cemento edilizio non ha ancora scalfito l’incantevole paesaggio, che incornicia quest’eremo di pace e di serenità. Il freddo e buio inverno, umido e rigido, e il calore del sole estivo, imprigionato e poi rilasciato dalla pietra lavica, si alternano rispettivamente con i colori e il profumo della ginestra primaverile, armonizzati dal cinguettio degli uccelli, e con le tinte tipiche della vegetazione autunnale, mossa e spogliata dai venti, scandendo il tempo e le stagioni in questo scenario suggestivo che ha ispirato le poesie del padre Giuseppe Padalino. «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio»(Col 3, 1) Gli uomini scavarono spinti «dagl’impulsi di persona, la quale, per celestiale rivelamento, assicurava di non dovere andare a vuoto la operazione intrapresa» (Massa). La “rivelazione del felice evento” si mostrò veritiera. «Aperto a spessi colpi i poderosi martelli angusto viottolo, per cui stentatamente passasse carpone un uomo, ed appena inoltrati un cinque o sei passi, si parò loro dinanzi piccola vacuità, capace di fermarvisi ritte in piè dieci persone ... trovarono illese la Veneranda Effigie, anche il campanello e le ampolline, con alquante monete offerte da qualche devoto in limosina» (Massa). Un evento straordinario per gli ultimi mompilerini ormai sfollati altrove. Una fortuita casualità per gli increduli di ogni epoca. Un messaggio chiaro e inequivocabile per i credenti di ogni tempo che in Maria contemplano un «segno di sicura speranza e di consolazione» (Lumen Gentium 68) . Grazie a questo grandioso avvenimento «Mompileri non ispirava più lugubri pensieri, ... anzi fu spettacolo di continui e numerosi pellegrinaggi» (Lombardo). E’ stato scritto tanto su Mompileri, prima della distruzione e dopo il ritrovamento. Tantissimi altri documenti storici non ci sono mai pervenuti perché i libri e i fogli “litigati contro i topi”, frutto di anni di ricerca e di studio da parte del padre Giuseppe Lombardo, “finirono nelle mani dei paesani e ne rallegrarono una serata di primavera alla petriera abbandonata in un falò che raggiunse le stelle” (Padalino). Per questo motivo non potremo mai conoscere tutto. Più che i libri, sono le stesse pietre che gridano quanto di straordinario è qui accaduto. Per comprendere l’evento prodigioso del ritrovamento, dobbiamo scendere nella profondità della grotta e rimanerci da soli, nel silenzio, in atteggiamento orante, per il tempo permesso dall’umidità e dal freddo, dinanzi a quella parete laterale rimasta inattaccata. Mettendoci in ginocchio vedremo soltanto le basi delle colonne in pietra lavica, il pavimento in cotto e i gradini che portavano all’altare maggiore. Alzando la testa vedremo le spesse rocce laviche che si ergono minacciose e che si restringono gradualmente in altezza per non violare l’altare con la Madonna delle Grazie. Poi con la mente ripercorriamo gli ultimi istanti di vita di quel luogo sacro, interrotti in quel triste 12 marzo 1669, quando un fiume rosso e incandescente mise in fuga gli abitanti, costringendoli ad abbandonare tutto, salvando il salvabile. Immaginiamo i volti di quella povera gente, pieni di sofferenza di fronte ad una calamità naturale prevedibile per chi vive sul vulcano, ma ingestibile per l’impeto della sua forza distruttrice. Infine immaginiamo di guardare la “cappella di lava”, con gli occhi di coloro che hanno ritrovato l’immagine della Madonna col bambino. Sentiamo il loro grido di gioia che rapidamente si diffonde facendo eco nei cunicoli della grotta. Facciamo nostra la gioia e la festa di quel giorno; facciamo le preghiere di ringraziamento a Dio e i canti alla Madonna che hanno salutato l’alba di quel nuovo inizio. «Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova» (Col 3,10). Oggi il toponimo “Mompileri” non richiama più solamente i ruderi del passato. Designa principalmente un titolo mariano con cui tanti pellegrini invocano Maria sulle sciare dell’Etna. La nuova Mompileri, risorta e trasfigurata, rinasce a vita nuova come casa di preghiera e centro di spiritualità mariana; luogo di gioia, dove il motivo autentico della festa, ossia l’incontro con Gesù e con Maria, non può essere interrotto dal fuoco distruttore della lava del peccato; luogo di risurrezione, dove i pellegrini di ogni tempo hanno sperimentato il conforto e la consolazione che proviene dalla Parola di Dio, dall’Eucarestia, dai sacramenti e da una presenza materna costante della “Mediatrice di Grazia”; luogo di ristoro a quanti sostano in preghiera nell’ “oasi di misericordia”, che rinascendo come ginestra, germoglia tra le sciare irte della nostra miseria umana, per allietare ancora il cammino della nostra vita.


Alfio Lipera (sacerdote)

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